«Venga, le farò visitare la casa di un mafioso, uno che faceva e fa paura a molti in Corleone».
Il giornalista americano si mostra soddisfatto. Già gusta lo "scoop" e l'invidia dei suoi colleghi di redazione.
È stato inviato in Sicilia per un servizio speciale sulla mafia. In America la gente si appassiona dell'onorata società di Riina, Provenzano e del temuto gruppo dei "corleonesi".
Una terra santa della lupara e della p.38.
Corleone è, in primavera inoltrata, in una incantevole anfiteatro verde, tra i più suggestivi dell'isola.
Protetta alle spalle da rocce a picco e da burroni, si adagia come un gregge in valli che, una dopo l'altra, si aprono pigramente su Palermo.
Nei secoli passati, al tempo della mietitura, era invasa da braccianti; le lunghe vie strette sono ancora oggi ornate da balconi con ringhiere di ferro battuto che quasi si toccano permettendo alle comari di comunicare pettegolezzi che rimbalzano nel caldo sole di Sicilia.
Il giornalista era arrivato da qualche giorno e aveva vagato nelle viuzze, assaporando le antiche atmosfere che emanano le bianche pareti delle case, sbucciate e sbrecciate dal vento.
In Canada esistono grosse comunità di corleonesi. Gente emigrata in cerca di fortuna. Tra un ristorante "pizza & pizza" e un duro lavoro si è fatta una fortuna condividendola con i parenti rimasti in paese.
Bernardo Garofalo, che accompagna il giornalista, è un corleonese doc. Conosce le miserie e le grandezze della sua città. Lavora e si batte perché i suoi due figli possano vivere nella cultura della legalità in pieno "rinascimento siciliano".
La chiave dialoga con fatica con la serratura; la porta cigola e si apre su di un interno di chiesetta. «Questa è casa di un mafioso» sbotta il signor Garofalo. Stupore e delusione del giornalista.
«È di un mafioso, però, di segno positivo. Ecco là la sua spada conservata come reliquia. Faceva paura a tutti: lui difendeva i poveri e i deboli quando la legge non esisteva per loro. E chi si azzardava ad offenderli rischiava di assaggiare sotto la pelle la punta della sua spada. Era il più bravo spadaccino di tutta la Sicilia. Qualcuno però ne era invidioso e con insulti lo provocò ad un "singolar tenzone", ma si trovò con il braccio maciullato. Scriva pure sul suo "servizio" che questo mafioso (che si chiamava Filippo Latini) aveva un caratteraccio "caliente" e si infiammava per un nonnulla. Poi si pentì amaramente di quello che aveva fatto ed entrò in convento dei cappuccini. Ma questa è una storia lunga che le racconterò più tardi. Nel 1768 è stato proclamato beato e il 10 giugno di quest'anno papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato santo. Mi dimenticavo di dirle che da frate cambiò il nome: da Filippo a Bernardo, proprio come il mio.
Lei deve sapere - continuò il signor Garofalo con voce più bassa guardandosi attorno nella pur deserta chiesetta, provocando l'acuta curiosità dell'americano, pronto ad annotare il prezioso segreto - lei deve sapere che noi corleonesi siamo o santi o briganti. Non siamo capaci di mezze misure.
E siccome nessuno dei corleonesi si considera "brigante", c'è da credere che ormai siano tutti "santi".
E di questi santi la mafia ha una fifa boia, proprio come allora aveva paura della spada di Bernardo. Ora la mafia ha un nemico in più, anzi ha dei nemici in più».
«Very interessant».
Fuori della casa natale il sole appare e si nasconde in continuazione. Il cielo è zeppo di nuvoloni pesanti e turgidi come le mammelle delle capre.
Ma domani, sicuramente, uscirà il sereno.