SERVIZIO SPECIALE: 
BERNARDO la spadaccino di Corleone
Copertina del Servizio Speciale
Copertina del Servizio Speciale
del mese di Giugno 2001



I feudi e i centri abitati, le cosiddette “terre”, erano dati in dominio ai signori feudali mediante investiture regie



Quanto rimane del convento del 1643 a Corleone



I cappuccini ebbero la loro prima residenza in Corleone,
l'animosa civitas, nel 1570.
Un secondo convento, più vicino all’abitato urbano, fu costruito nel 1643

Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo

titolo 25

Il Seicento, secolo di aspri conflitti e di profonde trasformazioni sul piano delle strutture politiche, sociali, economiche e culturali, è il tempo in cui Bernardo da Corleone (1605-1667), frate cappuccino della provincia di Palermo, visse la sua vicenda umana e spirituale.
L’Italia, su cui pesa la dominazione spagnola sotto forma di pax ispanica, diventa in questo momento, un'appendice scarsamente importante dell’Europa, sia sul piano culturale che economico. È proprio sull’Italia che si faranno sentire, durante il secolo, gli effetti della lenta ma inesorabile decadenza dell’impero spagnolo, sul quale secondo l’affermazione enfatica di Filippo II, “non tramonta mai il sole”.
Per arginare questa decadenza, verrà messo in atto nella penisola un sistema odioso di tassazioni e malversazioni che sfoceranno, soprattutto nel Napoletano e in Sicilia, in furibonde quanto sterili insurrezioni. Alcune città, come Napoli e Palermo, mantengono uno stretto rapporto con la monarchia di Madrid e sono nobilitate, per così dire, dalla presenza di una fastosa corte vicereale.
L’economia, nonostante tutto, crolla per la crisi legata alle esportazioni (i manufatti italiani, per esempio, sono sì più pregiati, ma costano di più) e per i danni causati dalle guerre, dalle carestie e dalle pestilenze, come quelle del 1630 e del 1657, che provocheranno delle sanguinose rivolte popolari una delle quali, quella di Milano, è descritta in modo realistico nei Promessi Sposi del Manzoni.
Sul versante culturale, sociale e religioso possiamo dire che la Controriforma esercita un controllo pieno sulla letteratura italiana. Gli intellettuali ecclesiastici, in modo particolare i gesuiti, riescono ad avere la preminenza in ogni settore della vita culturale, dalla letteratura alla critica, dalla politica alla scienza e, naturalmente, nella teologia e nella morale.
Anche le innovazioni barocche nel campo letterario ed architettonico vengono utilizzate ad maiorem Dei gloriam, nella prospettiva gesuitica. Esemplari di questo discorso sono il Quaresimale del padre Segneri, capolavoro dell’oratoria sacra secentesca, esempio di gioco stilistico e verbale messo al servizio religioso per conquistare le anime di gente abituata ormai ad andare alla predica come se andasse ad uno spettacolo, e le chiese romane del Gesù e di sant’Ignazio, con le loro facciate severe ma ricche nell’interno di ori, stucchi, orpelli e bellezze profane.
La Sicilia del Seicento, terra di contrasti e di grandi passioni, appartiene a pieno titolo, come nazione, alla corona spagnola e ne è influenzata fortemente. È governata, il che è un privilegio ed una croce insieme, da un viceré ma non rinuncia tuttavia, attraverso il Parlamento Siculo, all’aspirazione ad un governo autonomo che si identifica nell’ideale mai sopito del Regnum Siciliae.
In questo periodo anche in Sicilia si assiste a quella rinascita della società feudale che vede il ritorno massiccio alla proprietà terriera e al rovesciamento della rapporto tra città e campagna.
I feudi e i centri abitati, le cosiddette “terre”, erano dati in dominio ai signori feudali mediante investiture regie. Solo una quarantina di feudi e centri abitati erano riservati alle finanze del re e costituivano le “città demaniali”.
In tutta la Sicilia frequenti rivoluzioni anti-spagnole erano la conferma dei fermenti politici che percorrevano in lungo e in largo l’isola, nella difesa di una individualità che le dominazioni precedenti non erano riuscite a cancellare.
Anche in Sicilia dunque, come nel resto della penisola, il panorama storico del Seicento offre l’immagine di “un secolo niente felice”, segnato dalle malversazioni della pubblica amministrazione, da epidemie, carestie e rivolte.
Le classi sociali nella Sicilia del Seicento apparivano distinte: baronaggio e parlamento, nobiltà, borghesia, maestranze cercavano in tutti i modi di mantenere le posizioni raggiunte, mentre la plebe viveva in una condizione penosa tra ignoranza, miseria e superstizione.
Tra le conseguenze più immediate di questo stato di cose possiamo notare il brigantaggio, eretto a sistema di vita, il campanilismo esasperato tra le maggiori città siciliane, e non solo, l’affermazione netta di una mentalità statica e provinciale, la pressione fiscale, all’origine di una mala amministrazione, e la schiavitù ancora presente in Sicilia durante il secolo XVII.
Davvero in questo periodo, come qualcuno ha notato, la Sicilia appare un’isola, non solo in senso geografico, ma anche in quello culturale, religioso e sociale.
Una notazione particolare, nel contesto del Seicento siciliano, merita il discorso religioso che ci rivela il carattere intimo dell’isola, “una mischia di lutto e di luce”, secondo la felice espressione dello scrittore Gesualdo Bufalino.
L’azione del tribunale del sant’Uffizio aveva accuratamente vigilato perché nell’isola non si diffondessero movimenti ereticali così che la religione cattolica viene vissuta come un bene che si eredita e si tramanda. È la fede religiosa che sostiene l’etica dominante, quella cioè di una vita terrena vista come milizia dolorosa e doverosa, con la prospettiva di un premio ultraterreno in cambio di sofferenze, anche se spesso a trionfare è la convinzione che il mondo è quello che è ed è vano sperare di mutarlo. Ecco perché su tutto cala quel velo doloroso di tristezza contenuta ma solenne che è parte integrante della sicilianità e che trova la sua chiave di lettura nella raffigurazione della morte e nell’accettazione della croce che fanno da sottofondo al sentimento religioso, non privo d’interiorità drammatica, dei siciliani.
Questa fede religiosa alimenta, inoltre, pur in una realtà sociale dominata dalla miseria, tutto un fervore di opere, in una vera gara tra le varie città della Sicilia, nel far sorgere e sostenere ospedali, asili, orfanotrofi, monti di pietà, compagnie e confraternite.
È tutto un fiorire, nei centri urbani come nelle “terre” più sperdute dell’isola, di monasteri e conventi. Anche il culto dei santi – quello dei protettori in modo particolare – è molto sentito soprattutto per rinsaldare ed alimentare le spinte campanilistiche e dare adito ad un tipo di religiosità prevalentemente esteriore in cui trova ampio spazio il carattere “festivo” dei siciliani che tanto impressiona viaggiatori, scrittori e studiosi.
Non mancano tuttavia, nel corso del Seicento, uomini e donne che vivono il rapporto con Dio nell’intimità della preghiera fino a raggiungere proporzioni mistiche gigantesche.

CORLEONE Animosa civitas

Tra le città “demaniali” del XVII secolo, con una spiccata tradizione di fierezza, si distingue Corleone, situata in una depressione naturale tra due colli muniti di fortezze, con un ruolo strategico nelle vicende dell’isola, fin dalla dominazione araba che vi ha lasciato vasta impronta, anche sull’assetto architettonico ed urbanistico.
Nel 1600 Corleone contava circa sedicimila abitanti impegnati in una vita cittadina tanto piena di fermenti politici e religiosi da meritarsi il titolo ambizioso di animosa civitas. Lo stemma della città, un leone che squarcia con slancio un cuore, rende ragione dell’aggettivo animosa nella sua ambivalenza semantica di “coraggiosa” e “violenta”.
I corleonesi tennero sempre vivo il senso di una città che voleva sfuggire al ruolo dei paesi dominati.
Tuttavia nel 1618 in un quartiere fuori della città, anche Corleone, come la Lecco dei Promessi Sposi del Manzoni ebbe “l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarazzevan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”.
Nel 1621, tuttavia, Corleone, sborsando l’ingente somma di 7.500 ducati, acquista dallo Stato spagnolo il diritto di mero e misto impero, cioè l’esercizio del potere giudiziario nelle cause civili e criminali. E non era cosa da poco, in tempi in cui la legalità era regolata da grida che – come dice il Manzoni – “non servivano ad altro che attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro tutori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiungere molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le grida non toccavano o non potevano smuovere”.
Per ovviare a questi inconvenienti, Corleone aveva il privilegio di avere un corpo di polizia urbana, formato da cittadini, per mantenere l’ordine pubblico giorno e notte e partecipava inoltre, con trentatré cavalli e centodieci fanti, alla milizia ordinaria del Regno.
Durante il secolo XVII Corleone si arricchisce di un ospedale funzionale e di tutta una serie di luoghi deputati alla carità come monte di pietà, orfanotrofio e alla vita spirituale come una casa di esercizi spirituali per il popolo, conventi e monasteri.
I cappuccini ebbero la loro prima residenza in Corleone nel 1570. Un secondo convento, più vicino all’abitato urbano, fu costruito nel 1643 “ad instanza del popolo della detta città di Corleone”.
In varie occasioni Corleone si schierò a fianco di quanti rivendicavano la libertà e i diritti della Sicilia. Anche durante la famosa rivolta, detta dei Vespri siciliani del 1282, Corleone risulta la prima città confederata con Palermo contro gli Angioini ed è a questo titolo che venne chiesta una reliquia di santa Rosalia per la peste del 1625.
La consapevolezza di una storia di onore e dignità che veniva da lontano, avrà certamente influito nel connotare il carattere dei corleonesi con quell’orgoglio, comune del resto a tutti i siciliani, che dava adito a liti interminabili, anche per motivi futili come quello della precedenza o per questioni di “puntiglio” e a cause che arrivavano, per una composizione, alla curia diocesana e a quella civile.