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Copertina del Servizio Speciale
del mese di Giugno 2001
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SOMMARIO
del Servizio Speciale
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- Tra gli austeri cappuccini
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Uno strano cane nero da mandria che ringhiando cercava di impedirgli il cammino; scomparve come per incanto, senza lasciare traccia, quando Filippo giunse davanti alla nuda croce di legno che segnalava in modo inequivocabile il convento cappuccino
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Un giorno dopo che fra Bernardo aveva detto la sua colpa, prostrato umilmente a terra con la corda al collo, accusandosi dei suoi difetti, il maestro padre Luca si era lasciato andare ben oltre la solita riprensione e deve aver calcato troppo la mano sul passato del novizio di Corleone
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Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo
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Il tempo che Filippo Latino trascorse fra il duello clamoroso con Vito Canino e lentrata in convento, ci riporta da un lato allasilo che egli avrebbe trovato presso la chiesa di santa Rosalia, che sorgeva nella piazza superiore del paese, e dallaltro a un periodo di latitanza, più per rientrare in se stesso e ritrovarsi che per sfuggire a quelle che erano le conseguenze del suo gesto nei confronti della giustizia umana.
Grazie al lavoro paziente di alcuni mediatori, Vito Canino, ferito nellorgoglio e nel corpo, accettò di chiedere e dare perdono per la sua provocazione a Filippo davanti al giudice della corte criminale di Corleone.
Filippo Latino potè così tornare al lavoro nella sua bottega di calzolaio intraprendendo ormai, come il Lodovico manzoniano una vita despiazione e di servizio per rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso e continuare, nellesercizio assiduo della preghiera e delle opere di carità, la ricerca della volontà di Dio nella sua vita.
I coniugi Giacon riferiranno ai processi una risposta meravigliata di fra Bernardo ad una persona che si raccomandava alle sue preghiere per avere conforto nelle afflizioni: «Io, che sono un bandito, un peccatore e degno di essere condotto alla forca».
In questaffermazione fra Bernardo guarda retrospettivamente la sua condizione di latitante, di bandito appunto e, nellumiltà che è verità, si riconosce peccatore e meritevole di castigo.
E don Giuseppe Castelli riferì di ricordare che parlando un giorno con detto servo di Dio gli disse queste simili parole: «Quando io appi occasione di ferire a quel poveretto (intendendo per Vito Canino) allora mi ritirai sopra la chiesa e pensando ai casi miei mi risolse di farmi religioso cappuccino che fu circa lanni ventisette della mia età».
Quella di Filippo Latino fu quindi, sia detto una volta per tutte, una vocazione maturata lungamente ed evangelicamente sofferta e non una folgorazione sulla via di Damasco o, peggio, un escamotage per ovviare ai suoi guai giudiziari.
Non appena presa la decisione di abbracciare la vita religiosa e, come si diceva, uscire dal mondo, Filippo Latino cominciò una sorta di postulandato presso il convento dei cappuccini, frequentando assiduamente i sacramenti della riconciliazione e dellEucarestia e chiedendo umilmente di entrare a far parte dellOrdine.
La notizia che mastro Filippo si stava preparando a lasciare la famiglia, anzi rinunziava a formarsene una, abbandonava il suo lavoro e soprattutto la sua spada, fece in un baleno il giro del paese e furono in molti ad attribuire quella scelta al pentimento e alla volontà di cambiare vita che seguirono al duello con Vito Canino. Ma cera chi, diffidando di una scelta così radicale, scommetteva in un ripensamento da parte del valente ma focoso spadaccino.
Dopo ripetute richieste andate a vuoto, per cominciare a saggiare la pazienza e lumiltà della prima spada di Sicilia, giunse finalmente a Corleone la sospirata lettera obbedienziale del provinciale dei cappuccini, il molto reverendo padre Francesco dAlcamo, che autorizzava mastro Filippo Latino a recarsi nel convento di Caltanissetta per vestire labito dellOrdine e iniziare lanno di prova. Era lautunno inoltrato del 1631.
Per tutto il viaggio lo seguì uno strano cane nero da mandria che ringhiando cercava di impedirgli il cammino; scomparve come per incanto, senza lasciare traccia, quando Filippo giunse davanti alla nuda croce di legno che segnalava in modo inequivocabile il convento cappuccino.
Presenti in Sicilia fin dal 1534, i cappuccini avevano conosciuto uno straordinario sviluppo di frati e conventi, tanto che nel 1574, con un decreto del ministro generale fra Vincenzo da Monte dellOlmo, furono costituite tre province: Palermo, Messina e Siracusa.
La provincia cappuccina di Palermo, in cui il giovane Filippo Latino iniziava la sua vita religiosa era, come tutto lOrdine del resto, in pieno sviluppo con i suoi 33 conventi, sparsi in tutta la Sicilia occidentale (lallora Vallo di Mazara) con circa 500 frati.
Per il fervore e lausterità della vita e per il loro generoso prodigarsi per il popolo, i cappuccini erano giunti, nel Seicento, allapogeo della loro influenza nel tessuto sociale. Durante le calamità pubbliche, come carestia e peste, i cappuccini saranno in prima linea sul fronte della carità e del servizio, facendosi spesso promotori di pubbliche preghiere e penitenze per ottenere al popolo grazia dal cielo.
È innegabile che in quel periodo molti frati eccellevano nella santità e nella cultura, ma è altrettanto vero che non mancavano i problemi quotidiani legati ad ogni forma di convivenza umana, essendo i frati figli del loro tempo.
Fra Bernardo da Corleone sincamminò così sulla via difficile della interiorità e della conversione nella lotta più impegnativa, quella contro la propria volontà, per immolare e crocifiggere tutti i sensi esterni ed interni ed arrivare al traguardo, indicato dai maestri dellOrdine: trasfigurare nellimmagine di Cristo tutto luomo esteriore ed interiore.
Il cammino verso la perfezione, iniziato con il rito della vestizione, fu tuttaltro che agevole per il novizio fra Bernardo, impegnato in quel duro tirocinio ascetico che era lanno di prova presso i cappuccini: uno stillicidio di osservanze, preghiere e penitenze, scandite dal suono di campane, canali e coppi, secondo i luoghi, ritmavano giorno e notte la vita di quanti intendevano legarsi, con la professione dei voti religiosi, allOrdine che aveva come sua caratteristica principale lausterità della vita.
Nel convento di Caltanissetta, padre Luca da Palermo era insieme guardiano e maestro e quindi possiamo dire linterlocutore principale, se non unico, nella formazione spirituale dellex prima spada di Sicilia.
Consapevole del suo compito, il padre Luca si rivelò la persona più adatta per incanalare il carattere focoso del giovane corleonese, della cui valentia nelle armi aveva certamente avuto notizia, nellalveo della santità. Un compito certamente arduo e doloroso da portare avanti con gli esercizi spirituali, ma anche con le faccende che ogni giorno si sbrigano in un convento povero e umile: in primis la cucina e lorto, che erano assegnati in modo particolare ai novizi laici cui appunto fra Bernardo apparteneva.
Tra le numerose pratiche che scandivano la giornata di un noviziato cappuccino, centrale era il cosiddetto capitolo delle colpe, con tutto il suo dettagliato cerimoniale finalizzato a far bruciare i grassi dellorgoglio dei novizi, con penitenze adeguate ai difetti esterni accusati in pubblico.
Un giorno dopo che fra Bernardo aveva detto la sua colpa, prostrato umilmente a terra, accusandosi dei suoi difetti, il maestro padre Luca si era lasciato andare ben oltre la solita riprensione e deve aver calcato troppo la mano sul passato, non troppo remoto, del novizio di Corleone.
A questo punto, annullando giorni e giorni di meditazione, col sangue affluito immediatamente al cervello e tremante di rabbia, fra Bernardo, ritornato pienamente Filippo Latino, scattò in piedi urlando: «Dovè la mia spada?». Ma fu un attimo poiché il novizio tornò subito in se stesso, prostrandosi nellabisso dellumiltà e dellespiazione.
Questo incidente di percorso ha segnato tuttavia il punto di non ritorno, il momento cruciale dellesperienza spirituale nella lotta tra luomo vecchio Filippo Latino, che doveva morire, e luomo nuovo fra Bernardo da Corleone, che doveva nascere. La lotta a tutto campo si configurava ormai tra la spada, emblema dellorgoglio e della forza e la croce raffigurazione del rinnegamento di sé o se vogliamo tra le esigenze dellonore umano e quelle dellamore, richieste dallimpegno cristiano intrapreso con fermezza e coraggio.
Trascorso lanno di prova, fu lo stesso padre Luca a ricevere nelle sue mani - era il 13 dicembre 1632 - la professione religiosa di fra Bernardo che simpegnava davanti alla comunità di vivere per tutto il tempo della sua vita in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Per un ventennio, di anno in anno, in concomitanza con la celebrazione dei capitoli provinciali, fra Bernardo da Corleone passerà da un convento allaltro, meglio da un luogo allaltro secondo il gergo cappuccinesco, abitualmente addetto alla cucina o ad altre umili mansioni del servizio fraterno.
A questo punto è difficile stabilire con certezza la cronologia dei trasferimenti quasi annuali di fra Bernardo nei conventi di cui era costellata la Sicilia occidentale, appartenenti alla provincia cappuccina palermitana.
In questi spostamenti continui da un luogo allaltro cercheremo di cogliere, come in un vero e proprio itinerario spirituale, spaccati di vita quotidiana, frammenti e tessere che possono aiutarci a seguire e a ricostruire il vissuto di Bernardo da Corleone, il suo modo concreto di coniugare la fede e le opere, con quel suo portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.
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