SERVIZIO SPECIALE: 
BERNARDO la spadaccino di Corleone
Copertina del Servizio Speciale
Copertina del Servizio Speciale
del mese di Giugno 2001


Uno strano cane nero
Uno strano cane nero da mandria che ringhiando cercava di impedirgli il cammino; scomparve come per incanto, senza lasciare traccia, quando Filippo giunse davanti alla nuda croce di legno che segnalava in modo inequivocabile il convento cappuccino


Un giorno dopo fra Bernardo
Un giorno dopo che fra Bernardo aveva detto la sua colpa, prostrato umilmente a terra con la corda al collo, accusandosi dei suoi difetti, il maestro padre Luca si era lasciato andare ben oltre la solita riprensione e deve aver calcato troppo la mano sul passato del novizio di Corleone

Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo

titolo 27

Il tempo che Filippo Latino trascorse fra il duello clamoroso con Vito Canino e l’entrata in convento, ci riporta da un lato all’asilo che egli avrebbe trovato presso la chiesa di santa Rosalia, che sorgeva nella piazza superiore del paese, e dall’altro a un periodo di latitanza, più per rientrare in se stesso e ritrovarsi che per sfuggire a quelle che erano le conseguenze del suo gesto nei confronti della giustizia umana.
Grazie al lavoro paziente di alcuni mediatori, Vito Canino, ferito nell’orgoglio e nel corpo, accettò di chiedere e dare perdono per la sua provocazione a Filippo davanti al giudice della corte criminale di Corleone.
Filippo Latino potè così tornare al lavoro nella sua bottega di calzolaio intraprendendo ormai, come il Lodovico manzoniano “una vita d’espiazione e di servizio” per “rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso” e continuare, nell’esercizio assiduo della preghiera e delle opere di carità, la ricerca della volontà di Dio nella sua vita.
I coniugi Giacon riferiranno ai processi una risposta meravigliata di fra Bernardo ad una persona che si raccomandava alle sue preghiere per avere conforto nelle afflizioni: «Io, che sono un bandito, un peccatore e degno di essere condotto alla forca».
In quest’affermazione fra Bernardo guarda retrospettivamente la sua condizione di latitante, di bandito appunto e, nell’umiltà che è verità, si riconosce peccatore e meritevole di castigo.
E don Giuseppe Castelli riferì di ricordare che parlando un giorno con detto servo di Dio gli disse queste simili parole: «Quando io appi occasione di ferire a quel poveretto (intendendo per Vito Canino) allora mi ritirai sopra la chiesa e pensando ai casi miei mi risolse di farmi religioso cappuccino che fu circa l’anni ventisette della mia età».
Quella di Filippo Latino fu quindi, sia detto una volta per tutte, una vocazione maturata lungamente ed evangelicamente sofferta e non una folgorazione sulla via di Damasco o, peggio, un escamotage per ovviare ai suoi guai giudiziari.
Non appena presa la decisione di abbracciare la vita religiosa e, come si diceva, “uscire dal mondo”, Filippo Latino cominciò una sorta di postulandato presso il convento dei cappuccini, frequentando assiduamente i sacramenti della riconciliazione e dell’Eucarestia e chiedendo umilmente di entrare a far parte dell’Ordine.

La notizia che mastro Filippo si stava preparando a lasciare la famiglia, anzi rinunziava a formarsene una, abbandonava il suo lavoro e soprattutto la sua spada, fece in un baleno il giro del paese e furono in molti ad attribuire quella scelta al pentimento e alla volontà di cambiare vita che seguirono al duello con Vito Canino. Ma c’era chi, diffidando di una scelta così radicale, scommetteva in un ripensamento da parte del valente ma focoso spadaccino.
Dopo ripetute richieste andate a vuoto, per cominciare a saggiare la pazienza e l’umiltà della prima spada di Sicilia, giunse finalmente a Corleone la sospirata “lettera obbedienziale” del provinciale dei cappuccini, il molto reverendo padre Francesco d’Alcamo, che autorizzava mastro Filippo Latino a recarsi nel convento di Caltanissetta per vestire l’abito dell’Ordine e iniziare l’anno di prova. Era l’autunno inoltrato del 1631.
Per tutto il viaggio lo seguì uno strano cane nero da mandria che ringhiando cercava di impedirgli il cammino; scomparve come per incanto, senza lasciare traccia, quando Filippo giunse davanti alla nuda croce di legno che segnalava in modo inequivocabile il convento cappuccino.
Presenti in Sicilia fin dal 1534, i cappuccini avevano conosciuto uno straordinario sviluppo di frati e conventi, tanto che nel 1574, con un decreto del ministro generale fra Vincenzo da Monte dell’Olmo, furono costituite tre province: Palermo, Messina e Siracusa.

La provincia cappuccina di Palermo, in cui il giovane Filippo Latino iniziava la sua vita religiosa era, come tutto l’Ordine del resto, in pieno sviluppo con i suoi 33 conventi, sparsi in tutta la Sicilia occidentale (l’allora Vallo di Mazara) con circa 500 frati.
Per il fervore e l’austerità della vita e per il loro generoso prodigarsi per il popolo, i cappuccini erano giunti, nel Seicento, all’apogeo della loro influenza nel tessuto sociale. Durante le calamità pubbliche, come carestia e peste, i cappuccini saranno in prima linea sul fronte della carità e del servizio, facendosi spesso promotori di pubbliche preghiere e penitenze per ottenere al popolo grazia dal cielo.
È innegabile che in quel periodo molti frati eccellevano nella santità e nella cultura, ma è altrettanto vero che non mancavano i problemi quotidiani legati ad ogni forma di convivenza umana, essendo i frati figli del loro tempo.
Fra Bernardo da Corleone s’incamminò così sulla via difficile della interiorità e della conversione nella lotta più impegnativa, quella contro la propria volontà, per immolare e crocifiggere tutti i sensi esterni ed interni ed arrivare al traguardo, indicato dai maestri dell’Ordine: trasfigurare nell’immagine di Cristo tutto l’uomo esteriore ed interiore.

L’ONORE E L’AMORE

Il cammino verso la perfezione, iniziato con il rito della vestizione, fu tutt’altro che agevole per il novizio fra Bernardo, impegnato in quel duro tirocinio ascetico che era l’anno di prova presso i cappuccini: uno stillicidio di osservanze, preghiere e penitenze, scandite dal suono di campane, canali e coppi, secondo i luoghi, ritmavano giorno e notte la vita di quanti intendevano legarsi, con la professione dei voti religiosi, all’Ordine che aveva come sua caratteristica principale l’austerità della vita.
Nel convento di Caltanissetta, padre Luca da Palermo era insieme guardiano e maestro e quindi possiamo dire l’interlocutore principale, se non unico, nella formazione spirituale dell’ex prima spada di Sicilia.
Consapevole del suo compito, il padre Luca si rivelò la persona più adatta per incanalare il carattere focoso del giovane corleonese, della cui valentia nelle armi aveva certamente avuto notizia, nell’alveo della santità. Un compito certamente arduo e doloroso da portare avanti con gli esercizi spirituali, ma anche con le faccende che ogni giorno si sbrigano in un convento povero e umile: in primis la cucina e l’orto, che erano assegnati in modo particolare ai “novizi laici” cui appunto fra Bernardo apparteneva.
Tra le numerose pratiche che scandivano la giornata di un noviziato cappuccino, centrale era il cosiddetto “capitolo delle colpe”, con tutto il suo dettagliato cerimoniale finalizzato a far “bruciare i grassi dell’orgoglio” dei novizi, con penitenze adeguate ai difetti esterni accusati in pubblico.
Un giorno dopo che fra Bernardo aveva detto la sua colpa, prostrato umilmente a terra, accusandosi dei suoi difetti, il maestro padre Luca si era lasciato andare ben oltre la solita riprensione e deve aver calcato troppo la mano sul passato, non troppo remoto, del novizio di Corleone.

A questo punto, annullando giorni e giorni di meditazione, col sangue affluito immediatamente al cervello e tremante di rabbia, fra Bernardo, ritornato pienamente Filippo Latino, scattò in piedi urlando: «Dov’è la mia spada?». Ma fu un attimo poiché il novizio tornò subito in se stesso, prostrandosi nell’abisso dell’umiltà e dell’espiazione.
Questo incidente di percorso ha segnato tuttavia il punto di non ritorno, il momento cruciale dell’esperienza spirituale nella lotta tra l’uomo vecchio Filippo Latino, che doveva morire, e l’uomo nuovo fra Bernardo da Corleone, che doveva nascere. La lotta a tutto campo si configurava ormai tra la spada, emblema dell’orgoglio e della forza e la croce raffigurazione del rinnegamento di sé o se vogliamo tra le esigenze dell’onore umano e quelle dell’amore, richieste dall’impegno cristiano intrapreso con fermezza e coraggio.
Trascorso l’anno di prova, fu lo stesso padre Luca a ricevere nelle sue mani - era il 13 dicembre 1632 - la professione religiosa di fra Bernardo che s’impegnava davanti alla comunità di vivere per tutto il tempo della sua vita “in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità”.

DI LUOGO IN LUOGO

Per un ventennio, di anno in anno, in concomitanza con la celebrazione dei capitoli provinciali, fra Bernardo da Corleone passerà da un convento all’altro, meglio da un luogo all’altro secondo il gergo cappuccinesco, abitualmente addetto alla cucina o ad altre umili mansioni del servizio fraterno.
A questo punto è difficile stabilire con certezza la cronologia dei trasferimenti quasi annuali di fra Bernardo nei conventi di cui era costellata la Sicilia occidentale, appartenenti alla provincia cappuccina palermitana.
In questi spostamenti continui da un luogo all’altro cercheremo di cogliere, come in un vero e proprio itinerario spirituale, spaccati di vita quotidiana, frammenti e tessere che possono aiutarci a seguire e a ricostruire il vissuto di Bernardo da Corleone, il suo modo concreto di coniugare la fede e le opere, con quel suo “portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo”.