SERVIZIO SPECIALE: 
BERNARDO la spadaccino di Corleone
Copertina del Servizio Speciale
Copertina del Servizio Speciale
del mese di Giugno 2001

SOMMARIO
del Servizio Speciale
  • Sono un bandito degno di essere condotto alla forca

La chiesetta costruita sulla casa natale di S. Bernardo
La chiesetta costruita sulla casa natale di S. Bernardo


Filippo Latini era un bravo canzolaio.
Filippo Latini era un bravo canzolaio. Tagliava pelli e affilava coltelli. Ma soprattutto era il più abile spadaccino della Sicilia


L'interno della casa natale trasformata in chiesa.
L'interno della casa natale trasformata in chiesa.


La presunta bottega di calzolaio (a sinistra)  sulla piazza in cui si iniziò la sfida con la spada,
La presunta bottega di calzolaio (a sinistra) sulla piazza in cui si iniziò la sfida con la spada,


la spada del Santo conservata nella chiesa-casa natale
La chiesa madre di Corleone
dove avvenne il ferimento del Canino.
Fra Filippo con la spada del Santo conservata nella chiesa-casa natale


La piazza e la porta della chiesa madre di Corleone
La piazza in cui si iniziò la sfida con la spada, continuata lungo la discesa fino alla porta della chiesa madre di Corleone


BOTTE DA ORBI AI LADRI

Botte da orbi ai ladri
Botte da orbi ai ladri


Dalla piazzetta, incominciò  il duello
Dalla piazzetta, davanti alla chiesa di
s. Rosalia, incominciò il duello mirando alla testa


Un abilissimo fendente colpì il braccio di Vito Canino
Un abilissimo fendente colpì il braccio di Vito Canino


Passata l'ra Filippo si accorse del grave gesto
Passata l'ra Filippo si accorse del grave gesto

Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo

titolo 24

Nel quartiere corleonese di san Pietro, in una casa che si affacciava anche in via delle Concerie, nei pressi del mulino di Gallo alimentato da un canale d’acqua, nacque il 6 febbraio 1605 Filippo Latino, cioè il frate cappuccino Bernardo, oggi “santo”.
La famiglia di Filippo era chiamata a voce di popolo “casa di santi”. Il padre, Leonardo, calzolaio e artigiano in pelletteria, era di grande carità verso i poveri ed era capace, quando incontrava per strada qualche cencioso, di portarselo a casa, ristorarlo con un bagno, dargli abiti puliti e rifocillarlo.
La madre, Francesca Xaxa, fervente terziaria francescana, era tutto cuore per i poverelli e dedita alla preghiera sino agli ultimi anni della sua vita quando, appoggiandosi al bastone, si trascinava fino alla chiesa madre per la messa e la benedizione vespertina.
I processi parlano anche di altri fratelli di Filippo: Giuliano, prete diocesano, morto in fama di santità, e Luca, cittadino esemplarissimo. Pare tuttavia che la famiglia Latino avesse dieci figli e Filippo sarebbe stato il quintogenito. Con un ambiente familiare così favorevole, è facile immaginare come Filippo fosse facilitato a vivere la sua vita religiosa con rigorosa coerenza.
Filippo frequentava i sacramenti con assiduità e non si vergognava di farsi sorprendere in preghiera nelle chiese del paese e, secondo la precisazione di Giuseppe Lupo ai processi: “ogni volta che aveva qualche disgusto o rammarico, subito s’andava a confessare”.
A questa sua religiosità verticale corrispondeva il riscontro di una religiosità fatta di opere e verità. Sono molti infatti coloro che ai processi hanno testimoniato di aver visto il giovane che “andava con li bertuli in collo cercando limosina per la città in tempo d’inverno per li poveri carcerati”, e questo “senza virgugnarsi”.
Mastro Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio, nel solco del mestiere paterno. A questo titolo Filippo faceva parte della “maestranza dei calzolai” e quindi gli spettava il titolo di mastro.
A chi gli parlava di matrimonio, Filippo mostrava con una certa fierezza il cingolo francescano che teneva esposto abitualmente nella sua bottega, assieme alla spada, e «rispondeva che la sua sposa era lu curduni di san Francesco».
La spada ricordava il suo impegno come sciurtiere con la facoltà cioè di girare di notte, armato, per le vie della città a protezione dei cittadini, secondo una consuetudine e un privilegio che Corleone aveva mantenuto anche durante la dominazione spagnola.
Quello di maneggiare la spada non era un hobby per mastro Filippo ma un vero e proprio “mestiere” o “esercizio”, come hanno opportunamente notato i primi biografi. Ecco perché quando si trattava di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esitava a servirsi della sua bravura che gli aveva procurato il titolo ambito di “prima spada di Sicilia”. Così, difese una giovane insidiata da due soldatacci e protesse i mietitori e i vendemmiatori defraudati del frutto del loro lavoro, dopo una giornata di sudori, dalla soldataglia di stanza in Corleone.
Il maneggio della spada ha contribuito a dare l’aria di mito alle imprese giovanili di Filippo Latino, facendolo passare – il che è falso – per un attaccabrighe di piazza e ad avvolgere il personaggio in una sorta di ragnatela romanzesca, lasciando un segno nella storiografia e nella biografia del santo cappuccino.
Che mastro Filippo si accendesse come un fiammifero, se provocato, non era comunque un mistero per nessuno in Corleone. Due testimoni precisarono ai processi che “nissunu difettu ci era nutato si non la caldizza ch’avia in mettiri manu a la spata quando era provocatu”.
I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se mastro Filippo metteva mano alla spada era «per difendere qualche vessazione del prossimo» e «per aggiutare qualche persona».
L’episodio del duello memorabile con Vito Canino, da collocare con molta probabilità nell’estate del 1626, è certamente da considerare decisivo nella giovinezza di Filippo Latino e costitui-sce un nodo fondamentale nella biografia di Bernardo da Corleone, ma va tuttavia letto nel contesto storico in cui maturò e deve essere alleggerito da quell’alone cupo e romanzesco con cui è passato nell’agiografia.
A questo proposito non sono neppure mancati i tentativi di identificare a tutti i costi il corleonese Filippo Latino con lo spadaccino Lodovico de I Promessi Sposi, meglio noto alla letteratura italiana come padre Cristoforo, frate cappuccino del convento di Pescarenico, difensore intrepido dei poveri e degli oppressi, antagonista del niente affatto coraggioso don Abbondio.
Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe vasta risonanza popolare, non solo a Corleone, mastro Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu (l’ossimoro “Vino-aceto” forse rendeva bene ai contemporanei l’entità del personaggio) che se la cavò con due dita ferite.
Vito Canino, sempre identificato con il titolo di “commissario” dall’incarico procuratogli in seguito dal suo rivale divenuto fra Bernardo, venuto da Palermo a Corleone, per carpire il primato nel maneggio della spada a mastro Filippo, in realtà era un killer mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell’umiliazione subita e archiviare così lo smacco.
All’epoca del duello Filippo era nella pienezza dei suoi ventuno anni e doveva esserci gran caldo in quei giorni di canicola dal momento che se ne stava nella sua bottega spitturinatu (a torso nudo), quando arrivò il provocatore:
– Siti vui mastru Filippu?
– Pirch' ni spiati?
– Ni spiu pri beni. Si si galantomu, v&Mac246;, pigliati la spata.
– Iu cu vossignoria nun c’haiu avutu dispariri, chi occasioni haiu di pigliari la spata?
Ma il Canino continuò imperterrito nella sua provocazione e dovette pure sconfinare nella volgarità perché mastro Filippo finalmente andasse in collera e rispondesse per le rime: «Nun haiu bisogna di spata cu ttia». E uscì dalla bottega col solo pugnale. Il duello si articolò in due tempi ed ebbe inizio nella piazza superiore per consumarsi poi nella piazza inferiore, con l’inevitabile crocchio di spettatori incuriositi e partecipi.
Il Canino ce la metteva tutta per eliminare mastro Filippo mirando alla testa. Fu allora che il calzolaio, avendo notato che l’avversario era armato di tutto punto e protetto dal giaco, rientrò in bottega e si armò come si doveva per combattere contro un sicario, quindi sferrò l’attacco senza esclusione di colpi. Anche mastro Filippo aveva questa volta preso di mira la testa del Canino che, per parare il colpo, ne ebbe i tendini del braccio recisi, restando così mutilato e inabile per il resto della vita.
Nonostante si fosse trattato di legittima difesa, e non di una questione di onore e di puntiglio, mastro Filippo provò dispiacere e dolore vivissimo per aver ferito in questo modo il Canino. La “prima spada di Sicilia” chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori, gli procurò quell’ incarico di “commissario” e lo sostenne moralmente con il dono di una grande amicizia.
Certamente l’esperienza dolorosa del duello influì moltissimo nella crisi esistenziale che maturò in mastro Filippo, nel corso di alcuni anni, la vocazione cappuccina.