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Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo
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Nel quartiere corleonese di san Pietro, in una casa che si affacciava anche in via delle Concerie, nei pressi del mulino di Gallo alimentato da un canale dacqua, nacque il 6 febbraio 1605 Filippo Latino, cioè il frate cappuccino Bernardo, oggi santo.
La famiglia di Filippo era chiamata a voce di popolo casa di santi. Il padre, Leonardo, calzolaio e artigiano in pelletteria, era di grande carità verso i poveri ed era capace, quando incontrava per strada qualche cencioso, di portarselo a casa, ristorarlo con un bagno, dargli abiti puliti e rifocillarlo.
La madre, Francesca Xaxa, fervente terziaria francescana, era tutto cuore per i poverelli e dedita alla preghiera sino agli ultimi anni della sua vita quando, appoggiandosi al bastone, si trascinava fino alla chiesa madre per la messa e la benedizione vespertina.
I processi parlano anche di altri fratelli di Filippo: Giuliano, prete diocesano, morto in fama di santità, e Luca, cittadino esemplarissimo. Pare tuttavia che la famiglia Latino avesse dieci figli e Filippo sarebbe stato il quintogenito. Con un ambiente familiare così favorevole, è facile immaginare come Filippo fosse facilitato a vivere la sua vita religiosa con rigorosa coerenza.
Filippo frequentava i sacramenti con assiduità e non si vergognava di farsi sorprendere in preghiera nelle chiese del paese e, secondo la precisazione di Giuseppe Lupo ai processi: ogni volta che aveva qualche disgusto o rammarico, subito sandava a confessare.
A questa sua religiosità verticale corrispondeva il riscontro di una religiosità fatta di opere e verità. Sono molti infatti coloro che ai processi hanno testimoniato di aver visto il giovane che andava con li bertuli in collo cercando limosina per la città in tempo dinverno per li poveri carcerati, e questo senza virgugnarsi.
Mastro Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio, nel solco del mestiere paterno. A questo titolo Filippo faceva parte della maestranza dei calzolai e quindi gli spettava il titolo di mastro.
A chi gli parlava di matrimonio, Filippo mostrava con una certa fierezza il cingolo francescano che teneva esposto abitualmente nella sua bottega, assieme alla spada, e «rispondeva che la sua sposa era lu curduni di san Francesco».
La spada ricordava il suo impegno come sciurtiere con la facoltà cioè di girare di notte, armato, per le vie della città a protezione dei cittadini, secondo una consuetudine e un privilegio che Corleone aveva mantenuto anche durante la dominazione spagnola.
Quello di maneggiare la spada non era un hobby per mastro Filippo ma un vero e proprio mestiere o esercizio, come hanno opportunamente notato i primi biografi. Ecco perché quando si trattava di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esitava a servirsi della sua bravura che gli aveva procurato il titolo ambito di prima spada di Sicilia. Così, difese una giovane insidiata da due soldatacci e protesse i mietitori e i vendemmiatori defraudati del frutto del loro lavoro, dopo una giornata di sudori, dalla soldataglia di stanza in Corleone.
Il maneggio della spada ha contribuito a dare laria di mito alle imprese giovanili di Filippo Latino, facendolo passare il che è falso per un attaccabrighe di piazza e ad avvolgere il personaggio in una sorta di ragnatela romanzesca, lasciando un segno nella storiografia e nella biografia del santo cappuccino.
Che mastro Filippo si accendesse come un fiammifero, se provocato, non era comunque un mistero per nessuno in Corleone. Due testimoni precisarono ai processi che nissunu difettu ci era nutato si non la caldizza chavia in mettiri manu a la spata quando era provocatu.
I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se mastro Filippo metteva mano alla spada era «per difendere qualche vessazione del prossimo» e «per aggiutare qualche persona».
Lepisodio del duello memorabile con Vito Canino, da collocare con molta probabilità nellestate del 1626, è certamente da considerare decisivo nella giovinezza di Filippo Latino e costitui-sce un nodo fondamentale nella biografia di Bernardo da Corleone, ma va tuttavia letto nel contesto storico in cui maturò e deve essere alleggerito da quellalone cupo e romanzesco con cui è passato nellagiografia.
A questo proposito non sono neppure mancati i tentativi di identificare a tutti i costi il corleonese Filippo Latino con lo spadaccino Lodovico de I Promessi Sposi, meglio noto alla letteratura italiana come padre Cristoforo, frate cappuccino del convento di Pescarenico, difensore intrepido dei poveri e degli oppressi, antagonista del niente affatto coraggioso don Abbondio.
Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe vasta risonanza popolare, non solo a Corleone, mastro Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu (lossimoro Vino-aceto forse rendeva bene ai contemporanei lentità del personaggio) che se la cavò con due dita ferite.
Vito Canino, sempre identificato con il titolo di commissario dallincarico procuratogli in seguito dal suo rivale divenuto fra Bernardo, venuto da Palermo a Corleone, per carpire il primato nel maneggio della spada a mastro Filippo, in realtà era un killer mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dellumiliazione subita e archiviare così lo smacco.
Allepoca del duello Filippo era nella pienezza dei suoi ventuno anni e doveva esserci gran caldo in quei giorni di canicola dal momento che se ne stava nella sua bottega spitturinatu (a torso nudo), quando arrivò il provocatore:
Siti vui mastru Filippu?
Pirch' ni spiati?
Ni spiu pri beni. Si si galantomu, v&Mac246;, pigliati la spata.
Iu cu vossignoria nun chaiu avutu dispariri, chi occasioni haiu di pigliari la spata?
Ma il Canino continuò imperterrito nella sua provocazione e dovette pure sconfinare nella volgarità perché mastro Filippo finalmente andasse in collera e rispondesse per le rime: «Nun haiu bisogna di spata cu ttia». E uscì dalla bottega col solo pugnale. Il duello si articolò in due tempi ed ebbe inizio nella piazza superiore per consumarsi poi nella piazza inferiore, con linevitabile crocchio di spettatori incuriositi e partecipi.
Il Canino ce la metteva tutta per eliminare mastro Filippo mirando alla testa. Fu allora che il calzolaio, avendo notato che lavversario era armato di tutto punto e protetto dal giaco, rientrò in bottega e si armò come si doveva per combattere contro un sicario, quindi sferrò lattacco senza esclusione di colpi. Anche mastro Filippo aveva questa volta preso di mira la testa del Canino che, per parare il colpo, ne ebbe i tendini del braccio recisi, restando così mutilato e inabile per il resto della vita.
Nonostante si fosse trattato di legittima difesa, e non di una questione di onore e di puntiglio, mastro Filippo provò dispiacere e dolore vivissimo per aver ferito in questo modo il Canino. La prima spada di Sicilia chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori, gli procurò quell incarico di commissario e lo sostenne moralmente con il dono di una grande amicizia.
Certamente lesperienza dolorosa del duello influì moltissimo nella crisi esistenziale che maturò in mastro Filippo, nel corso di alcuni anni, la vocazione cappuccina.
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