SERVIZIO SPECIALE: 
BERNARDO la spadaccino di Corleone
Copertina del Servizio Speciale
Copertina del Servizio Speciale
del mese di Giugno 2001


Bernardo come cuoco
Qualche frate si lamentava di Bernardo come cuoco perché passava più ore in preghiera che in cucina


 fuoco in cucina
...presi dei rami che alimentavano il fuoco in cucina, se li strofinò sulle labbra come monito a non rispondere


Momenti di preghiera di fra Bernardo
Momenti di preghiera di fra Bernardo


un antico ritratto del santo
Un antico ritratto del santo


Il refettorio del convento di Palermo
Il refettorio del convento di Palermo


L'interno della chiesa dei cappuccini a Palermo
L'interno della chiesa dei cappuccini a Palermo


La cella abitata da fra Bernardo
La cella abitata da fra Bernardo durante il soggiorno a Palermo


Momenti di vita di fra Bernardo
Momenti di vita di fra Bernardo

Foto Calloni e Damiano Morandini
Testo liberamente tratto da "L'onore e l'amore" di Giovanni Spagnolo

titolo 24

Nel suo passaggio da un luogo all’altro fra Bernardo ebbe modo di far trasparire l’impegno ascetico che si era assunto con la scelta della vita cappuccina. I confratelli che vivevano con lui notavano l’ansia religiosa dell’uomo impegnato.
Senza avere la pretesa di farla da maestro, fra Bernardo, il quale “diceva di essere l’asino della religione e dei frati” e si dava da fare “a lavari li piatti e a serviri missi”, voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l’amore di Dio e la penitenza.
Di queste convinzioni di fra Bernardo, che potremmo definire la colonna sonora della sua vita, è rimasta traccia in fatti emblematici e significativi legati ai luoghi in cui di volta in volta ha dimorato, anche se non sono confluiti nelle testimonianze processuali.
Alla permanenza, in due tempi, nel convento di Bivona sono da ricollegarsi episodi simbolici e fondamentali che bene rivelano la reciprocità vitale tra fede e opere negli avvenimenti quotidiani.
Anzitutto il rapporto di fra Bernardo con i libri e quindi con lo studio. Pare a questo proposito che fra Bernardo, come del resto la gente del popolo del suo tempo, fosse illetterato e che una qualche volta fosse stato sfiorato dall’idea di imparare a leggere, naturalmente per servirsi, nella meditazione della Parola di Dio, dei libri spirituali che pure circolavano nelle librerie dei conventi cappuccini.
Ma fra Bernardo aveva riferito, come dettegli dal Crocifisso, queste parole: «Bernardo, non cercare tanti libri, ti bastano le mie piaghe per leggere e meditare».
Sempre a Bivona una volta capitò che tutti i frati del convento fossero costretti, da una non meglio identificata sindrome influenzale, a starsene a letto ben incappucciati.
Per i primi giorni fra Bernardo sembrava vaccinato contro il virus dell’influenza e la malattia dei frati era resa meno dura dall’andirivieni del frate di Corleone che, oltre ad assicurare il cibo con il suo incarico di cuciniere, seguiva come infermiere il medico impegnato a sconfiggere l’influenza che si era infiltrata nel convento cappuccino. Ma un giorno anche fra Bernardo accusò i sintomi del male e un senso di desolazione sembrò invadere il convento.

Una certa tradizione vuole che in quell’occasione fra Bernardo si fosse ridotto in fin di vita. Notizia che, naturalmente, andrebbe verificata e passata al setaccio della ricerca storica. Quello che è certo è che fermandosi fra Bernardo si doveva aspettare qualche angelo del cielo per confortare e assistere i frati ammalati. Sempre la tradizione aggiunge a questo punto il rimedio escogitato da fra Bernardo, in un lampo di genialità che fa rima con santità: raccogliendo tutte le forze rimastegli, il cuciniere si trascinò in chiesa, prostrandosi davanti al tabernacolo. La preghiera di fra Bernardo non ci è stata tramandata, ma il gesto compiuto dal frate è rimasto nel passaparola conventuale.
Raggiunta l’artistica custodia egli staccò la statuetta di san Francesco, se la cacciò nella manica del saio ed esclamò pressappoco così: «Serafico padre, tu lo sai che i tuoi frati di Bivona sono ammalati... chi si prenderà cura di essi? Ti avverto che non uscirai di qui se non quando mi avrai guarito».
L’effetto benefico dello stratagemma, un misto di carità, fede e semplicità, non si fece attendere e il giorno dopo fra Bernardo era pronto a riprendere, con cuore materno, il suo amorevole servizio ai frati.
Ma Bivona è anche il luogo in cui per fra Bernardo ebbe inizio una lunga tribolazione.
In prossimità di uno dei capitoli provinciali, quando nei vari conventi veniva eletto il cosiddetto discreto che accompagnava di solito il guardiano, partecipante di diritto all’assise capitolare, fra Bernardo rifiutò il suo voto all’aspirante locale padre Basilio da Burgio. La mancata elezione a discreto fece scattare in padre Basilio il sentimento umano del risentimento che si trasformò presto in una vera e propria campagna ostile e denigratoria nei confronti di fra Bernardo cui veniva attribuita la sconfitta.
Trasferito a Castronovo il frate corleonese vi trovò come guardiano padre Francesco da Burgio, amico e concittadino del padre Basilio, il quale s’incaricò di far pagare a fra Bernardo lo smacco elettorale subito dal mancato discreto, cogliendo ogni occasione per umiliarlo, facendo tesoro per esempio delle mormorazioni dei frati che, a loro dire, vedevano poco il cuoco in cucina e, ma questo era risaputo, troppo in chiesa.
Padre Francesco, con questo pretesto, scatenò sul capo di fra Bernardo una gragnola di rimproveri che provocarono la replica piuttosto risentita del pur umile cuoco: ai frati non lasciava mancare nulla e quindi non avevano davvero motivo di lamentarsi. Ma poi, quando il padre guardiano si era allontanato, fra Bernardo, rientrato in se stesso, capì di non essere stato abbastanza coerente e, presi dei rami che alimentavano il fuoco in cucina, se li strofinò sulle labbra come monito a non rispondere, come ha riferito ai processi fra Ilario da Palermo, allibito testimone oculare del fatto.
In altra occasione, dallo stesso guardiano, fra Bernardo fu castigato a pane ed acqua in pubblico refettorio con fra Bernardino da Prizzi. Anche questa volta, al confratello che gli consigliava di ricorrere ai superiori per mettere fine alla persecuzione e farsi cambiare di sede, fra Bernardo rispose sottovoce: «Perdoniamolo e preghiamo il Signore per lui; ma mi dispiace, poveretto, perché ha da morire fuori della religione». Così avvenne.

Anche a Castelvetrano fra Bernardo fu preceduto dalla campagna denigratoria del padre Basilio da Burgio che gli aveva già aizzato contro, ad arte, il guardiano padre Francesco da Gibellina.
La breve permanenza di fra Bernardo in quel convento fu segnata dall’umiliazione continua che culminò in un castigo teatrale in cui il cappuccino corleonese fu costretto a comparire in pubblico refettorio, luogo deputato delle grandi occasioni , con “un vaso sordido e sporco” appeso al collo.
L’episodio sconcertante è stato riferito ai processi da fra Girolamo da Corleone, testimone di tutto rispetto, che in simili frangenti aveva apprezzato nel suo concittadino l’imperturbabile serenità esteriore e l’amore di Dio che lo animava, nei confronti del guardiano anche quando questi, nel frattempo, era divenuto ministro provinciale, “trattando con lui con grandissima dimestichezza”, come se nulla fosse stato.
Ma è proprio durante una sua permanenza nel patrio convento di Corleone che possiamo rilevare il cammino di conversione interiore percorso da fra Bernardo. Nella chiesa di questo convento, davanti all’altare maggiore, l’ex spadaccino, ora fra Bernardo, abbraccia il suo ex rivale Vito Canino, nello spirito della riconciliazione, per essere certo del perdono ricevuto e offerto.
Le lacrime di pentimento di fra Bernardo sono asciugate dall’umiltà del Canino che ammette:«Iu ci culpai a lu meu mali!».
A Caltabellotta, nel 1647, anno di sommosse antispagnole in Sicilia e nel Napoletano, fra Bernardo rimane coinvolto e ferito tra la folla, mentre accorreva con i confratelli a liberare dall’assedio popolare un signorotto locale asserragliato nel suo palazzo.
Nell’attraversare il fiume Verdura in piena, durante il viaggio per l’ennesimo trasferimento da Caltabellotta a Burgio, cadendo da cavallo, fra Bernardo si lasciò sfuggire il piccolo bagaglio che portava nella sporta da viaggio, una specie di bisaccia a forma di cappuccio. Il suo rammarico fu davvero grande in quell’occasione, non tanto per le povere cose che rischiavano di fatto d’annegare, quanto piuttosto per il crocifisso con cui fra Bernardo consolava gli afflitti.
Anche ultimamente a Castronovo era stato grazie al suo crocifisso che fra Bernardo aveva potuto farsi interprete del dolore di una famiglia che piangeva un annegato. I frati avevano lasciato il coro per rendersi presenti nel mesto corteo che si era fermato proprio dietro la porta della chiesa del convento mentre fra Bernardo era rimasto in fervorosa preghiera al suo crocifisso e l’annegato, dato per morto, si era rialzato dalla lettiga tra lo stupore generale.

Ecco perché apparve fatto assolutamente miracoloso il recupero dalle acque del fiume in piena del crocifisso rimasto a galla e tornato, risalendo la corrente, lì dove fra Bernardo lo attendeva per riaverlo e stringerlo, con grande gioia, al petto.
Nel convento di Chiusa, in cui si trovava certamente nel 1650, fra Bernardo era molto ammirato dai dieci confratelli che formavano la comunità per lo stile penitenziale della sua vita. Si vociferava infatti delle sette discipline (flagellazioni) che egli s’infliggeva ad ogni ora canonica e per quella sua preghiera continua.
Ma l’ammirazione per il santo confratello non riusciva a bilanciare lo scontento per una cucina cui, secondo il parere dei frati, fra Bernardo riservava scampoli di tempo e poca fantasia. Anche questa volta il padre guardiano, Vincenzo da Chiusa, si credette in dovere di mettere a tacere la querimonia della comunità rimproverando il cuciniere: curasse di più fornelli e pentole. E anche questa volta a fra Bernardo scappò detto d’acchito che i frati non avevano di che lamentarsi della sua cucina.
E pure in quest’occasione tuttavia il castigo all’uomo vecchio, che covava pur sempre sotto la cenere, non si fece attendere e fra Bernardo cominciò a darsi pugni sulle labbra fino a farle sanguinare, ripetendosi la consegna dell’umiltà: «Non rispondere!».
In seguito al capitolo celebrato il 29 gennaio del 1653, con l’elezione a provinciale del padre Ludovico da Palermo, fra Bernardo è destinato a far parte della variegata e numerosa comunità cappuccina del convento di Palermo, composta da cento religiosi stabili più quelli in transito e i forestieri, per dare il suo contributo di santità con la testimonianza della sua vita.

UMANITÀ E SANTITÀ

Nel suo impegno ascetico, rigoroso e diuturno, fra Bernardo rimaneva umanamente uomo, fugando così certi pregiudizi che relegano i santi su sfere irraggiungibili e offrono l’occasione per analisi neurologiche con quei sintomi di misantropia, misoginia e mania lesiva riscontrabili in certa agiografia.
Pur essendo ritirato nell’umiltà e nel silenzio infatti, fra Bernardo viveva in pienezza le vicende degli uomini e portava impressa nella sua vita, come ogni cappuccino del resto, le stimmate della popolarità.
L’amore di fra Bernardo per il prossimo iniziava anzitutto dentro il convento, “stimandosi servo e servendo a tutti in particolare con aggiutare il fratello nei più vili esercizii del convento, come di lavar piatti, scopare la cocina...”.
Nei rapporti fraterni mai lo si vide “adirato con alcuno, o lamentarsene, o mormorarsi del prossimo”, né mai disse male di alcuno, anzi “non conosceva mai difetto in persona d’altri”.
Quando in convento arrivavano frati forestieri, sia di passaggio che destinativi da provvedimenti disciplinari, fra Bernardo li abbracciava e quindi si precipitava a lavar loro i piedi, per ristorarli dalla stanchezza del viaggio, sempre con la più grande allegria, dicendo: «Per amor di Dio, per amor di Dio».
Una volta, nel refettorio di Palermo, un frate di “una provincia forestiera” era stato castigato, non si sa bene per quale motivo. Fra Bernardo abbracciò il frate umiliato con tanto affetto da farlo piangere di tenerezza. Fra Girolamo da Corleone ci tiene a sottolineare questo gesto: «Essendo stati presenti a quest’azione quasi cento frati, nessuno fece quest’azione di carità».

Il cappuccino di Corleone era, manco a dirlo, assai ricercato alla porta del convento da tutte le categorie di persone, a volte per consigli spirituali a volte anche per curiosità. Allora, quando fra Bernardo fiutava il pericolo di esporsi alla dissipazione o capiva che lo si voleva assimilare a un mago o ad un indovino, si rendeva irreperibile.
Al fratello portinaio però fra Bernardo precisava che, «quandu venissero poverelli che lo vulisseru, l’avissi subitu chiamato».
Allora il frate austero, logorato dalle penitenze e assorto nella contemplazione, mostrava tenerezza materna, come quando preparava a parte la minestra per i poveri “con grande gusto”.
Era felice quando poteva venire in aiuto degli altri. Così tranquillizzava Giuseppe Giacòn dicendogli che la moglie avrebbe dato alla luce “un bel figlio maschio”, e a Giambattista Massa, preoccupato per la moglie che presentava una gravidanza difficile, fra Bernardo dava per certa la nascita di una femminuccia: «La chiamerai Anna». Anche in altre occasioni la preghiera del cappuccino e la benedizione con la sua corda francescana erano state di buon auspicio nel risolvere problemi legati alla gravidanza e al parto, tanto che fra Bernardo è stato etichettato come “il protettore delle puerpere”.
Come sempre, sotto il saio ruvido del cappuccino, fra Bernardo portava infinite sfumature di umanità che assumevano a volte tutto il sapore dei fioretti. Nessuno infatti si sarebbe aspettato dal frate di Corleone quella carica di umorismo che dava un sapore indimenticabile alle sue battute.
Contrariamente a certo cliché iconografico, i processi per la beatificazione di fra Bernardo offrono particolari interessanti circa la gioia ‘contagiosa’ dell’austero cappuccino di Corleone che era sempre “tutto allegro” e “non faceva cosa che non mostrasse grande allegrezza” e “quando vedeva qualche frate afflitto che sospirava, meravigliandosi diceva: «Che cosa ha questo che sospira e sta malinconico?», stimando che ognuno debba stare allegro e contento.

Anche al di fuori del convento la gioia di fra Bernardo arrivava come un soffio benefico.
Una volta arrivò al convento Giuseppe Giacomo Marvers, ricco di nobiltà e di guai. Sembrava inconsolabile, ma il genio di fra Bernardo trovò il rimedio più opportuno: un pranzetto succulento. Manco a dirlo l’amico ritrovò la gioia di vivere con i sapori di una buona cucina.
Anche Giuseppe Caselli, arrivato furibondo al convento perché la moglie aveva dimenticato di preparargli quel certo manicaretto, ebbe la sorpresa di trovarlo pronto e fumante, preparato naturalmente da fra Bernardo che aveva rimediato così alla sbadataggine e ammortizzato la rabbia dell’amico, aggiungendo: «Povera signora, se lo scordò. Ma ricordatevi ch’è figlia di una santa e dove c’è la pace c’è Dio».
Alla baronessa di Carini, che si lamentava di essere vittima dell’acidità del marito, peraltro amico di fra Bernardo, il cappuccino non esitò a rivolgere una battuta che non era certamente musica per le orecchie: «Senta, signora, cerchi prima di accorciare un po’ la lingua e vedrà che la faccenda si aggiusterà subito».
Un’altra volta fra Bernardo avvicinò amichevolmente Carlo Botto il quale covava in cuor suo un odio tanto violento contro un avversario ( il solito puntiglio) tanto che cercava l’occasione propizia per farlo fuori. Il cappuccino, su due piedi, entrò in argomento: «Cosa ti ha fatto quel poveretto che lo vuoi ammazzare?». Tanto bastò perché, in nome dell’amicizia, Carlo Botto desistesse dal suo proposito sanguinario.

Fra Bernardo aveva un dialogo costante con i giovani chierici, tanto che, in vista degli esami di ammissione al presbiterato, se lo vedevano comparire davanti con una proposta: «Picciotti, io pregherò affinché gli esami vi vadano bene; però voi, quando sarete ordinati, applicherete per me quindici messe». A volte la richiesta era di trenta Messe. I giovani non se lo facevano ripetere due volte: «D’accordo, fra Bernardo, purché siamo promossi, poi tutte le messe che vuoi».
Uno di questi giovani chierici, scoperto una volta da fra Bernardo a combinarne qualcuna delle sue, mentre si aspettava una qualche ramanzina, se lo vide venire incontro a braccia aperte: «Fratuzzu miu, non dubitare, perché io compatisco le imperfezioni giovanili».
Un giorno fra Bernardo rientrava in convento per una di quelle viuzze che fanno di alcuni quartieri di Palermo qualcosa di molto simile alla casba araba. Il cappuccino si fermò all’uscio di conoscenti, dal quale venivano fuori degli strilli sconsolati di un bambino. Fra Bernardo chiese a quelli di casa il motivo di tanto pianto, anche se si sarebbe potuto pensare agli immancabili capricci del piccolo.
Fu il bambino stesso a dare spiegazioni al frate, additando il gatto che se ne stava in un angolo a far le fusa dopo aver fatto un boccone dell’uccellino di casa, delizia del frugoletto.
Fra Bernardo non ebbe esitazioni e, rivolto al gatto, gli intimò la restituzione del mal tolto. Inutile dire che l’uccellino tornò a svolazzare per la casa, ravvivando la gioia del suo padroncino, mentre fra Bernardo s’affrettava a scomparire per evitare commenti e ringraziamenti.
Un’altra volta, era una giornata di gennaio del 1664, fra Bernardo risalendo lentamente dalla città alla volta del convento, fece una sosta nel giardino della famiglia Florio, uno dei tanti che costellavano di colori e profumi lo spazio tra Porta nuova e i cappuccini.

Nello spirito di amicizia che li legava, fra Bernardo rivolse alcune parole di esortazione ai figli che lavoravano col padre, soprattutto sull’obbedienza verso i genitori, aggiungendo però un rimprovero particolare ad Antonio che viveva more uxorio con una ragazza, fuori dal matrimonio.
Il padre sgranò gli occhi, meravigliato nel sentire che il cappuccino rivelava quello che sembrava un segreto della famiglia. Ma l’imbarazzo durò poco perché fra Bernardo avvicinandosi ad un albero di fichi ne prendeva un ramo spoglio e invitava prima Antonio, poi Francesco e infine lo stesso padre a mangiare dei fichi, che spuntavano dal nulla, mentre la moglie Angela, trattenendo a stento le urla, ripeteva: «Gesù, Gesù, in questa stagione fichi? Nel mese di gennaio!».
Sentimenti di fraternità legavano poi fra Bernardo alle vicende della città di Palermo, sempre colma di nuove inquietudini e fermenti sociali, e della sua Corleone che rimaneva pur sempre animosa civitas.
Così una volta fu sorpreso a pregare “a braccia aperte e la faccia per terra innanzi l’altare maggiore”, per la città di Palermo sulla quale incombeva come castigo pesante un’alluvione. Egli ripeteva accorato, come una litania: «Signuri, la vogliu sta’ grazia!». Del resto era arcinoto che il cappuccino “piang'a li peccati della città”, come pure “pregava e piangeva” per Corleone e per i suoi abitanti: “pregava Iddio che li perdonasse”.
La santità di fra Bernardo si rivela così tutta permeata di umanità, dimostrando la possibilità di rendere autentico il nostro vissuto, pur nelle umili vicende quotidiane.
una santa e dove c’è la pace c’è Dio».
Alla baronessa di Carini, che si lamentava di essere vittima dell’acidità del marito, peraltro amico di fra Bernardo, il cappuccino non esitò a rivolgere una battuta che non era certamente musica per le orecchie: «Senta, signora, cerchi prima di accorciare un po’ la lingua e vedrà che la faccenda si aggiusterà subito».

Un’altra volta fra Bernardo avvicinò amichevolmente Carlo Botto il quale covava in cuor suo un odio tanto violento contro un avversario ( il solito puntiglio) tanto che cercava l’occasione propizia per farlo fuori. Il cappuccino, su due piedi, entrò in argomento: «Cosa ti ha fatto quel poveretto che lo vuoi ammazzare?». Tanto bastò perché, in nome dell’amicizia, Carlo Botto desistesse dal suo proposito sanguinario.
Fra Bernardo aveva un dialogo costante con i giovani chierici, tanto che, in vista degli esami di ammissione al presbiterato, se lo vedevano comparire davanti con una proposta: «Picciotti, io pregherò affinché gli esami vi vadano bene; però voi, quando sarete ordinati, applicherete per me quindici messe». A volte la richiesta era di trenta Messe. I giovani non se lo facevano ripetere due volte: «D’accordo, fra Bernardo, purché siamo promossi, poi tutte le messe che vuoi».
Uno di questi giovani chierici, scoperto una volta da fra Bernardo a combinarne qualcuna delle sue, mentre si aspettava una qualche ramanzina, se lo vide venire incontro a braccia aperte: «Fratuzzu miu, non dubitare, perché io compatisco le imperfezioni giovanili».
Un giorno fra Bernardo rientrava in convento per una di quelle viuzze che fanno di alcuni quartieri di Palermo qualcosa di molto simile alla casba araba. Il cappuccino si fermò all’uscio di conoscenti, dal quale venivano fuori degli strilli sconsolati di un bambino. Fra Bernardo chiese a quelli di casa il motivo di tanto pianto, anche se si sarebbe potuto pensare agli immancabili capricci del piccolo.
Fu il bambino stesso a dare spiegazioni al frate, additando il gatto che se ne stava in un angolo a far le fusa dopo aver fatto un boccone dell’uccellino di casa, delizia del frugoletto.
Fra Bernardo non ebbe esitazioni e, rivolto al gatto, gli intimò la restituzione del mal tolto. Inutile dire che l’uccellino tornò a svolazzare per la casa, ravvivando la gioia del suo padroncino, mentre fra Bernardo s’affrettava a scomparire per evitare commenti e ringraziamenti.

Un’altra volta, era una giornata di gennaio del 1664, fra Bernardo risalendo lentamente dalla città alla volta del convento, fece una sosta nel giardino della famiglia Florio, uno dei tanti che costellavano di colori e profumi lo spazio tra Porta nuova e i cappuccini.
Nello spirito di amicizia che li legava, fra Bernardo rivolse alcune parole di esortazione ai figli che lavoravano col padre, soprattutto sull’obbedienza verso i genitori, aggiungendo però un rimprovero particolare ad Antonio che viveva more uxorio con una ragazza, fuori dal matrimonio.
Il padre sgranò gli occhi, meravigliato nel sentire che il cappuccino rivelava quello che sembrava un segreto della famiglia. Ma l’imbarazzo durò poco perché fra Bernardo avvicinandosi ad un albero di fichi ne prendeva un ramo spoglio e invitava prima Antonio, poi Francesco e infine lo stesso padre a mangiare dei fichi, che spuntavano dal nulla, mentre la moglie Angela, trattenendo a stento le urla, ripeteva: «Gesù, Gesù, in questa stagione fichi? Nel mese di gennaio!».
Sentimenti di fraternità legavano poi fra Bernardo alle vicende della città di Palermo, sempre colma di nuove inquietudini e fermenti sociali, e della sua Corleone che rimaneva pur sempre animosa civitas.
Così una volta fu sorpreso a pregare “a braccia aperte e la faccia per terra innanzi l’altare maggiore”, per la città di Palermo sulla quale incombeva come castigo pesante un’alluvione. Egli ripeteva accorato, come una litania: «Signuri, la vogliu sta’ grazia!». Del resto era arcinoto che il cappuccino “piang'a li peccati della città”, come pure “pregava e piangeva” per Corleone e per i suoi abitanti: “pregava Iddio che li perdonasse”.
La santità di fra Bernardo si rivela così tutta permeata di umanità, dimostrando la possibilità di rendere autentico il nostro vissuto, pur nelle umili vicende quotidiane.